MANDELLO – Ventinove minuti e quarantasette secondi. E’ questo il mio personalissimo record da una parte all’altra del lago.
Succede una volta l’anno che seicento sirene e tritoni si incontrino per attraversare a nuoto lo specchio di lago che separa Onno dalla darsena di Mandello.
Una bolgia di nuotatori, piccoli e gradi, muscolosi o panciuti, si getta in acqua in un solo momento, formando una massa compatta che con i suoi spruzzi agita le tranquille e placide acque del Lago di Lecco.
Agonisti e amatori, l’uno accanto all’altro (ma anche l’uno sopra l’altro) nuotano in linea retta per un chilometro e seicento metri con l’unico scopo di arrivare per primo dall’altro lato del lago.
Nel tragitto si formano gruppi compatti che si disperdono e si ritrovano; con un po’ d’immaginazione li si potrebbe paragonare alle rondini in primavera che migrano verso il caldo. L’acqua, come l’aria, è la materia cui affidarsi. Le ali dei volatili, come le braccia e le gambe dei nuotatori, si muovono all’unisono alla volta della meta: la costa, in questo caso, che s’intravede appena in fondo all’orizzonte. Come gli uccelli possono contare solo sulle loro ali, così gli atleti, nel bel mezzo del lago, hanno solo la profondità dei polmoni, la forza delle braccia e delle gambe per arrivare fino in fondo. Ad attraversare un lago a nuoto, senza un’imbarcazione, ci si sente tornare un po’ animali: l’ingegno che progetta la barca per transitare comodamente sull’acqua, scompare per una mezz’ora. Resiste solo l’istinto di sopravvivenza che bracciata dopo bracciata spinge ad affrettarti per tornare sulla terra ferma.
Per chi, come me, era alla prima esperienza, questa questione della Traversata aveva un non so che di sacrale. Tra i nuotatori si inizia a parlarne a febbraio e ci si allena per tutto un inverno.
Solo il sabato mattina decido di parteciparvi, il che basta a farmi passare una notte insonne, terrorizzata dalla profondità del lago e dalla bassa temperatura del corso d’acqua che mi attende domani.
Accolgo il suono della sveglia mattutina con la stessa sensazione di quando mi svegliavo per presentarmi ad un esame all’università. Raggiungo gli amici del Pratogrande, Maurizio, Matteo e Stefania e con loro arrivo a Mandello. Ad attenderci atleti baldanzosi, tutti un po’ frenetici, che si affaccendano per perfezionare le iscrizioni. Si prende la sacca, si mette la muta e si attende la barca che ci traghetterà sulla spiaggia di Onno. Una decina di piccole chiatte a motore fa la spola per trasportare i seicento concorrenti. Il viaggio sarà durato cinque minuti: La più veloce degli atleti in gara, Valeria, ci ha messo 18 minuti per fare lo stesso tragitto. Particolari che fan pensare a come l’uomo sia riuscito a potenziarsi con la forza della mente e della tecnica.
La spiaggia di Onno si avvicina, ed è subito chiaro che lo spazio di ghiaia da cui si dovrà partire non sarà sufficiente a contenere tutti i seicento atleti. Ma qualcuno guadagna terreno e si posiziona già in acqua per la partenza.
L’acqua è fresca, per non dire fredda. Mi guardo intorno. Ci sono i compagni di nuoto che incontro tutti i giorni in piscina. Ci sono facce nuove, qualche anziano e persino due bambini. La cosa mi rincuora.
Ecco il colpo dello start. Non c’è molto tempo per pensarci, ci si getta in acqua e si inizia a dare bracciate il più velocemente possibile. Poi l’intoppo. Ondate, gente che sorpassa, atleti che nuotano lentamente e bloccano la strada. Se il terrore iniziale era quello dell’acqua fredda e profonda subito mi rendo conto che quello è l’ultimo dei miei problemi: è la calca di atleti che mi circonda a farmi annaspare. Superati i primi trecento metri il gruppo si assesta e si inizia a nuotare con regolarità. Il respiro prende il ritmo, le gambe si muovono con leggerezza e le braccia scivolano a pelo d’acqua. E mentre sollevo la testa per respirare ho anche il tempo di guardare un pezzo di cielo circondato dalle montagne verdi: la sensazione è quella di essere in pace con l’ambiente circostante.
Alzo lo sguardo per vedere dov’è l’arrivo. Ci siamo quasi, l’ultimo colpo di coda prima di uscire dall’acqua. Ancora pochi metri, ecco il tappeto che conduce al traguardo, il rumoreggiare dei curiosi, che sono lì apposta ad aspettare i nuotatori. Esco dall’acqua salgo sul molo. E’ finita. Ventinove minuti e 47 secondi. Duecentoquarantaseiesimo piazzamento, il mio personalissimo traguardo.
Gloria Riva
C’era una volta un nano che, per spiegare il significato del tempo, disse: “Tutte le cose diritte mentono. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo”. Una frase misteriosa che compare in Così Parlò Zarathustra, libro a metà tra incantesimo e filosofia scritto da Friederich Nietzsche all’inizio del diciannovesimo secolo.