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Un giro nel lago

Traversata del Lario 2009MANDELLO – Ventinove minuti e quarantasette secondi. E’ questo il mio personalissimo record da una parte all’altra del lago.

Succede una volta l’anno che seicento sirene e tritoni si incontrino per attraversare a nuoto lo specchio di lago che separa Onno dalla darsena di Mandello.

Una bolgia di nuotatori, piccoli e gradi, muscolosi o panciuti, si getta in acqua in un solo momento, formando una massa compatta che con i suoi spruzzi agita le tranquille e placide acque del Lago di Lecco.

Agonisti e amatori, l’uno accanto all’altro (ma anche l’uno sopra l’altro) nuotano in linea retta per un chilometro e seicento metri con l’unico scopo di arrivare per primo dall’altro lato del lago.

Nel tragitto si formano gruppi compatti che si disperdono e si ritrovano; con un po’ d’immaginazione li si potrebbe paragonare alle rondini in primavera che migrano verso il caldo. L’acqua, come l’aria, è la materia cui affidarsi. Le ali dei volatili, come le braccia e le gambe dei nuotatori, si muovono all’unisono alla volta della meta: la costa, in questo caso, che s’intravede appena in fondo all’orizzonte. Come gli uccelli possono contare solo sulle loro ali, così gli atleti, nel bel mezzo del lago, hanno solo la profondità dei polmoni, la forza delle braccia e delle gambe per arrivare fino in fondo. Ad attraversare un lago a nuoto, senza un’imbarcazione, ci si sente tornare un po’ animali: l’ingegno che progetta la barca per transitare comodamente sull’acqua, scompare per una mezz’ora. Resiste solo l’istinto di sopravvivenza che bracciata dopo bracciata spinge ad affrettarti per tornare sulla terra ferma.

Per chi, come me, era alla prima esperienza, questa questione della Traversata aveva un non so che di sacrale. Tra i nuotatori si inizia a parlarne a febbraio e ci si allena per tutto un inverno.

Solo il sabato mattina decido di parteciparvi, il che basta a farmi passare una notte insonne, terrorizzata dalla profondità del lago e dalla bassa temperatura del corso d’acqua che mi attende domani.

Accolgo il suono della sveglia mattutina con la stessa sensazione di quando mi svegliavo per presentarmi ad un esame all’università. Raggiungo gli amici del Pratogrande, Maurizio, Matteo e Stefania e con loro arrivo a Mandello. Ad attenderci atleti baldanzosi, tutti un po’ frenetici, che si affaccendano per perfezionare le iscrizioni. Si prende la sacca, si mette la muta e si attende la barca che ci traghetterà sulla spiaggia di Onno. Una decina di piccole chiatte a motore fa la spola per trasportare i seicento concorrenti. Il viaggio sarà durato cinque minuti: La più veloce degli atleti in gara, Valeria, ci ha messo 18 minuti per fare lo stesso tragitto. Particolari che fan pensare a come l’uomo sia riuscito a potenziarsi con la forza della mente e della tecnica.

La spiaggia di Onno si avvicina, ed è subito chiaro che lo spazio di ghiaia da cui si dovrà partire non sarà sufficiente a contenere tutti i seicento atleti. Ma qualcuno guadagna terreno e si posiziona già in acqua per la partenza.

L’acqua è fresca, per non dire fredda. Mi guardo intorno. Ci sono i compagni di nuoto che incontro tutti i giorni in piscina. Ci sono facce nuove, qualche anziano e persino due bambini. La cosa mi rincuora.

Ecco il colpo dello start. Non c’è molto tempo per pensarci, ci si getta in acqua e si inizia a dare bracciate il più velocemente possibile. Poi l’intoppo. Ondate, gente che sorpassa, atleti che nuotano lentamente e bloccano la strada. Se il terrore iniziale era quello dell’acqua fredda e profonda subito mi rendo conto che quello è l’ultimo dei miei problemi: è la calca di atleti che mi circonda a farmi annaspare. Superati i primi trecento metri il gruppo si assesta e si inizia a nuotare con regolarità. Il respiro prende il ritmo, le gambe si muovono con leggerezza e le braccia scivolano a pelo d’acqua. E mentre sollevo la testa per respirare ho anche il tempo di guardare un pezzo di cielo circondato dalle montagne verdi: la sensazione è quella di essere in pace con l’ambiente circostante.

Alzo lo sguardo per vedere dov’è l’arrivo. Ci siamo quasi, l’ultimo colpo di coda prima di uscire dall’acqua. Ancora pochi metri, ecco il tappeto che conduce al traguardo, il rumoreggiare dei curiosi, che sono lì apposta ad aspettare i nuotatori. Esco dall’acqua salgo sul molo. E’ finita. Ventinove minuti e 47 secondi. Duecentoquarantaseiesimo piazzamento, il mio personalissimo traguardo.   

Gloria Riva

Ursula ColomboC’era una volta un nano che, per spiegare il significato del tempo, disse: “Tutte le cose diritte mentono. Ogni verità è ricurva, il tempo stesso è un circolo”. Una frase misteriosa che compare in Così Parlò Zarathustra, libro a metà tra incantesimo e filosofia scritto da Friederich Nietzsche all’inizio del diciannovesimo secolo.

Non siamo così ambiziosi da voler risolvere l’arcano del nano nietzschiano, semplicemente vorremmo raccontare una storia in cui “tutto torna”, in cui la circolarità del tempo passa dalla teoria alla pratica e, perché no, aprire la finestra su un mondo che sa di gnomi e fatine.

E’ la vita di Ursula, per la quale il tempo sembra essersi fermato.

Ursula Colombo nasce a Oggiono quarantadue anni fa. <Ero bruttina, magra, bianca e sempre un po’ malaticcia>. All’asilo si sedeva sempre in disparte e faceva fatica a giocare con gli altri bambini: era timida.

A stento arriva al banco de La Michetta, la paninoteca di mamma Cesarina. Poi crescendo inizia a lavorarci, nel frattempo studia all’Istituto d’Arte e all’Accademia. Si cimenta un po’ in tutti i campi artistici, dalla pittura alla scultura, <Con non molto successo>, dice lei. Ursula cresce e il suo viso diviene inconfondibile: occhi azzurri, un sorriso penetrante e lunghi capelli rasta biondi.

Un giorno, poco meno di quindici anni fa, si compra l’attrezzatura per fare tatuaggi. <Prima di allora non ne avevo mai vista una. Non avevo idea di come funzionasse. L’avevo comprata perché mi incuriosiva. Ma, visto che sono una fifona, l’ho lasciata lì>. E lì ci rimane per un po’ di tempo. Finché una sera, appoggiata al banco del pub, non lo racconta agli amici di sempre: <Insomma, non ricordo quale fosse l’argomento della discussione. So solo che ho confessato di avere quell’attrezzatura per fare tatuaggi. Si è scatenata la curiosità. Abbiamo collaudato la macchina>.

Il primo a sedersi sul lettino è Remo: <Gli ho tatuato una scimmietta. E’ venuta anche bene e questa si chiama fortuna del principiante>.

Era il 1994 e il mondo dei tatuaggi era un po’ diverso da quello di oggi. I tatuatori erano uomini spesso arrabbiati e con lo sguardo cattivo. I tatuati erano altrettanto ombrosi ed erano per lo più motociclisti. Di donne tatuatrici neanche l’ombra: <Sono stata una delle prime. All’inizio tatuavo in un piccolo angolino del terrazzo a ringhiera al piano superiore della vecchia Michetta>.

Poi la casa viene demolita e mamma Cesarina decide di spostare sassi, ringhiere, finestre e travi in un’altra zona della città. Insomma, la nuova Michetta, che oggi si trova al numero sette di piazza Garibaldi a Oggiono, viene ricostruita con gli stessi materiali della vecchia casa della famiglia Colombo. Tale e quale.

Nel frattempo Ursula decide che da grande farà la tatuatrice: <Mia madre mi ha insegnato che non bisogna mai avere paura dei progetti. E aveva ragione>. Nasce la Ghirigori Family, a cui si associano Bruno Valsecchi ed Enrico Comolli. Lo studio si trasferisce in un piccolo negozio in centro Oggiono.

<Partiamo dal fatto che senza pelle non esiste tatuaggio. Quindi, ci vuole qualcuno che si fidi di me e si faccia tatuare. E’ per questo che ogni persona che si siede sul lettino mi permette di creare, di essere un’artista. Mi fa un enorme regalo>.

Alcuni scelgono di imprimere un segno indelebile su se stessi per vezzo, altri per emulazione, altri ancora per tendenza, molti lo fanno per segnare con l’inchiostro che non va via un momento importante della propria vita: <Vedo persone che scelgono un tatuaggio senza un motivo preciso. Poi, a distanza di tempo, scoprono che quel soggetto e quel momento non erano casuali; dietro ci stava un cambiamento profondo. Tatuare significa anche entrare in stretto contatto con la persona che si ha davanti. Ci sono situazioni, eventi che ti segnano la vita e alcuni sentono il bisogno di segnare quel momento importante. Mi emoziona farne parte. Quando passi ore a disegnare sul corpo di qualcuno ci entri nel profondo>.

Stelle e fatine sono i suoi soggetti ricorrenti: <Sono stata la prima a tatuarmi una stella. All’inizio gli altri tatuatori mi davano della matta. Sembrava insensato tatuarsi una stella>.

Poi il boom. <Nella mia vita avrò fatto miliardi di tatuaggi, e milioni di miliardi di stelle, intere costellazioni. Per quanto riguarda le fatine, beh, alle volte i loro volti somigliano alle persone che tatuo, altre volte mi rendo conto che somigliano a me>.

Ogni singolo lavoro è fatto su misura: <E’ come se la pelle non volesse più di quanto non riesca ad assorbire. Ho l’impressione che il disegno sia sempre rimasto lì sotto, pronto a riemergere>.

La Ghirigori Family nel frattempo si espande. Entrano a farne parte altri quattro tatuatori: Paolo Morando, Fabrizio Marchio, Bubu e Franco Iasone.

Ma le crepe nella Ghirigori Family si fanno profonde quando scompare Cesarina, il fulcro della famiglia Colombo, seguita dallo zio di Ursula. Lo sconforto è tale che la famiglia decide di chiudere la vecchia paninoteca La Michetta. Per anni l’insegna della Michetta rimane in ombra. Frattanto Ursula continua a tatuare nel suo studio in centro. Finché non decide di tornare “a casa”: <O si riapriva la Michetta o si affittava lo stabile. Io e mia cugina Cinzia non ce la siamo sentita di lasciarlo in mano ad estranei. Così, nella vecchia paninoteca ci ho trasferito lo studio>. Domenica pomeriggio si terrà l’inaugurazione del nuovo locale: <Sono tutti invitati a partecipare>. Al piano terra c’è il negozio di oggettistica e al piano superiore tre sale per tatuare. Oggi Ursula si trova a tatuare sullo stesso terrazzo a ringhiera in cui aveva iniziato il suo lavoro da tatuatrice, quello che era stato trasferito dalla vecchia Michetta alla nuova Michetta da mamma Cesarina: <Il mio studio è nello stesso angolo di terrazzo a ringhiera. Sono le stesse pietre, le stesse mura su cui ho iniziato a lavorare. Tutto torna>.

Gloria Riva

Come avere 150 anni e non dimostrarli.
Sulla sua Carta d’Identità c’è scritto 150 anni. Una nonnetta insomma. Eppure il suo cuore è giovane, perché in lei arde il desiderio di cambiare il mondo. La sua missione è soccorrere il vulnerabile attraverso il potere dell’Umanità. Siete confusi? Ok, adesso vi dico anche il nome della nostra vecchietta: Croce Rossa Internazionale.
Perché la libertà passa anche attraverso il desidero di solidarietà e rispetto del prossimo.

Celeste castelnuovo

Celeste castelnuovo

E’ stata l’insegnante di musica delle elementari a scoprire che quella ragazza di celestiale non aveva solo il nome. Oltre a due occhioni azzurri come il mare e bei capelli biondi, Celeste Castelnuovo ha nella gola quattro corde vocali da lasciare senza fiato chi sta sotto al palco ad ascoltarla.

Non è solo la voce ad incuriosire, ma anche il genere musicale che ha scelto: l’elitario e raffinato Jazz. E’ la musica sbocciata nei campi di cotone americani dall’estro dei raccoglitori africani e cresciuta nei club di New York e New Orleans dagli anni Venti. Sbarcata in Europa tanti decenni or sono, il jazz continua ad incantare Celeste, che a sua volta incanta il pubblico.

<Non è facile. E’ una musica che richiede grande impegno e bisogna dare il massimo. In questo genere ci si confronta con i migliori, con i grandi della musica internazionale, voci uniche. Per questo è necessario concentrarsi, studiare, insomma, dare sempre il meglio di sé, anche quando si ha la luna storta>.

Ma chi è Celeste? Dunque, classe 1985, nata a Erba e abitante delle valli comasche, Valbrona, per la precisione. La sua passione per la musica è sbocciata quando ancora era bambina, a sei anni, prima nel coro di Arcellasco, poi in altri. Si cimentava come cantante alle recite scolastiche. Quella bimba con il grembiulino oggi ha quasi 24 anni ed è pronta a spiccare il volo tra le stelle internazionali del jazz. E’ innamorata di Ella Fitzgerald e dei Roaring Twenties. Ha studiato canto alla scuola Civica di Jazz di Milano e oggi è al Conservatorio Verdi di Como. Si esibisce con numerose formazioni in tutto il Nord Italia tra cui il gruppo vocale Ginger. Frequenta abitualmente i palchi italiani, accompagnata dai Godot Jazz Quartet.  

E chi lo avrebbe mai detto che sarebbe diventata una promessa del jazz? Lo hanno detto Jimmy La Rocca, erede di Nick – autore della prima incisione jazz del mondo – e il batterista David Hansen: due nomi sacri del jazz che si suona a New Orleans. L’occasione è stata il Rimini Jazz Festival dove Celeste si è esibita la scorsa settimana. E’ stata la cantante più giovane mai salita su quel palco, che è solito ospitare i grandi nomi del jazz internazionale. <Quelli di La Rocca e Hansen mi sembravano complimenti sinceri – racconta Celeste di ritorno dal suo viaggio in Romagna –. Dopo il concerto si sono avvicinati e mi hanno detto: “Complimenti, molto brava, bella voce”. Credo sia stato il momento più emozionante di tutto questo viaggio. Quella frase, detta da loro, che sono maestri del jazz, mi riempie di gioia>.

Insomma Celeste è tornata da Rimini camminando a due spanne da terra: <E’ stato emozionante, soprattutto perché a quel Festival ci volevo andare a tutti i costi>. E Celeste si è inventata di tutto pur di esserci, anche a costo di posare per fare la ragazza Flapper. Infatti gli organizzatori del Festival, che si è svolto dal 23 al 27 giugno al Parco Fellini di Rimini, cercavano una ragazza che rappresentasse l’immagine del jazz anni Venti, dello stile Charleston. Così, indossata una parrucca, una lunga collana di perle ed un tubino color avorio, si è fatta fotografare ed ha inviato il tutto al Festival di Rimini. Caso vuole che sia stata selezionata. E, altrettanto per caso, gli organizzatori hanno poi scoperto che la ragazza Flapper in questione era anche una cantante jazz e così giovedì 25 l’hanno invitata a cantare sul palco insieme alla Prima Rimini Dixieland Band. <Ho cantato con Vittorio Corcelli, uno tra i più anziani jazzisti italiani, ha 81 anni. Eravamo davvero una strana coppia: la più giovane ed il più anziano della manifestazione insieme sul palco>.

Ed ora che è tornata nelle valli comasche che farà Celeste? <Mah, aspetto il prossimo concerto. Ma prima di tutto ci sono gli esami al Conservatorio. Devo passarli assolutamente>.

La sua strada Celeste l’ha già presa. Da grande farà la cantante: <Fino a qualche mese fa mi dividevo tra il bancone di un bar e le lezioni alla Civica di Milano. Ho mollato il lavoro al bar. Ora il mio sogno è essere una cantante>.

Per ascoltare qualcosa di “celestiale” : http://www.myspace.com/godotjazzquartet

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